Il boom dei negozi "a tempo" Restano aperti solo un mese

Data

ott 29, 2008

Milano - Stagionali. Precarie. Le vetrine si adeguano al trend de vie di questa congiuntura economica e chi prima era nemico ora si scopre amico. È il momento del «temporary shop», antagonista per definizione del negozio di fiducia. Loro, i «pop up store» - vetrine apri e fuggi - si illuminano, si fanno pubblicità, vendono e chiudono. Aggressive. Competitive. Tutto un altro business rispetto al negoziante che costruisce negli anni la sua credibilità. Eppure ora questi due mondi si incontrano. E si piacciono pure: nelle grandi città galeotta è la crisi che spinge molti esercenti a valutare la conversione in attività «a tempo».

C'è chi ha un prodotto tipicamente stagionale e si domanda perché dovrebbe dannarsi il resto dell'anno a vendere frigoriferi agli eschimesi (pure in inverno) e c'è chi, invece, vorrebbe poter avere una licenza ad hoc per poter variare la merce da esporre, come in una staffetta. Milano e Firenze sono perfette per moda e design, Bari è strategica per prodotti più popolari, Roma e Trieste anche per alimentari e cosmesi, a Torino lo spazio Dado D'oro di via Garibaldi è gettonatissimo fra le griffe di accessori.

Così va il mondo secondo Assotemporary la neonata associazione che, sotto l'egida di Assomoda Milano e del suo presidente Giulio Di Sabato, è da pochi mesi il punto di riferimento nazionale di formule commerciali innovative come i temporary shop e lo shop sharing. Un incontro fra gli operatori e i soci - si punta al centinaio di iscritti in tutta Italia - ha ha fatto, la settimana scorsa, il punto sul fenomeno.
A breve saranno attivi il sito e il magazine on line dell'associazione che intanto fornisce già consulenza tecnica e legale. Ai nastri di partenza a gennaio anche corsi di formazione per giovani imprenditori interessati al temporary.

«Il nodo principale è la licenza, oggi ancorata a due grandi categorie, sotto o sopra i 250 mq, alimentare e non - spiega Massimo Costa, direttore di Assotemporary -. Serve piuttosto una formula temporanea che permetta l'alternanza in uno stesso spazio del commercio di articoli anche molto diversi». L'associazione che è anche punto di riferimento per chi voglia far conoscere prodotti stranieri in Italia e per italiani che cerchino soluzioni per testare un marchio fuori dal Belpaese, ha fra gli obiettivi anche la regolamentazione di alcune forme di concorrenza sleale che spesso si nascondono dietro la formula del temporary, in primis stock house e outlet che in realtà svendono merce, senza limiti di tempo, mentre un temporary che si rispetti chiude dopo 40 giorni.

Milano, con una decina di pop up è all'avanguardia, da quando un Levis's store nel 2005 sbocciò e appassì in pochi giorni, col solo obiettivo di testare un nuovo concept di jeans.

A Roma lunghe code di golosi e curiosi, non lontano di piazza di Spagna, attendevano di provare nuovi crackers dietetici, mentre nell'ex Pescheria di Trieste ha da poco chiuso i battenti un «caffè» molto particolare: lo firmava Illy per festeggiare i suoi 75 anni.
Con un costo che varia dai 15mila ai 24mila euro a settimana, affidarsi a un temporary è «un investimento spesso più efficace di un cartellone pubblicitario in due dimensioni», spiega Paolo Comini, pioniere del «negozio a scadenza» con Sidecar e il suo spazio eventi in Corso Garibaldi 59: qui la curiosa linea di moda firmata Durex ha lasciato il posto, ancora per qualche giorno, al profumo di caffè della Saeco.

Allo studio di Comini c'è anche un network fra città italiane in cui «fare la staffetta» di un prodotto: si partirà il prossimo anno.

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