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April 16, 2009

Quale ripresa

di Giuseppe Turani

La parola che fino a qualche settimana fa era quasi proibita (“ripresa”) nei ragionamenti pubblici, adesso viene usata con crescente frequenza tanto dal presidente degli Stati Uniti, Barak Obama, quanto dal governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi. E anche i diaconi della Banca mondiale (gente tendenzialmente tendente al pessimismo) si spingono a dire, insieme a quelli dell’Ocse (altro santuario di non-ottimisti) che si intravedono debolissimi segnali di ripresa. Insomma, ci sono delle rondini primaverili (isolate) che arrivano e si fanno notare.

Come è ovvio, dopo tutti gli errori di appena un anno fa, la parola viene circondata da ogni possibile precauzione, ma intanto se ne parla. E fra gli esperti (dentro le pubblicazioni che girano solo sulla Rete e in circoli molto ristretti) infuria il dibattito sul tipo di ripresa in arrivo. A L, a U, o a V. Le differenze sono tante. La ripresa a L, ad esempio, è una specie di non-ripresa: l’economia crolla verticalmente, come è succes­so adesso, e poi prosegue indefinitamente piatta. Smette di crollare, a un certo punto, ma poi si prosegue per lunghissimo tempo senza segnali importanti di vitalità. Un po’ come essere morti, senza esserlo, in coma, ecco. In un recente report, Goldman Sachs di fatto prefigura per l’area euro una sorta di crisi a L, con crollo dell’economia del 3,7 per cento nel 2009 e risalita allo 0,7 per cento nel 2010: linea piatta.

La ripresa a U sarebbe quella preferita dagli economisti: si scende dolcemente e si risale altrettanto dolcemente, un ottovolante per moderati. Ma non trova sostenitori quasi più da nessuna parte, soprattutto perché, se sta nei libri di teoria, poi è stata constata nei fatti poche volte.

La ripresa a V è, ovviamente, quella preferita dal mercato e dai governanti. Magari si scende molto bruscamente, ma poi si rimbalza altrettanto velocemente e nel giro di pochi mesi nessuno si ricorda più della crisi precedente perché è impe­gnato a lavorare, a fare carriera o a fare soldi comunque. La ripresa a V si spiega, dal punto di vista teorico, sostenendo che, quando la crisi è molto forte, i magazzini delle aziende si svuotano fino all’inverosimile e i consumatori bloccano gli acquisti così in fretta che poi sorge spontaneo il bisogno di tornare a produrre per mettere qualcosa nei magazzini e per soddisfare la domanda arretrata dei cittadini-consumatori.

A questo genere di ripresa, a V, sembrano credere gli esperti di Credit Suisse, che, ad esempio, per il mondo nel suo insieme vedono un crollo dello 0,5 per cento nel 2009 (al posto della solita crescita del 5 per cento), con balzo al 3,7 per cento di aumento del Pil nel 2010. Per gli Stati Uniti, nello scenario a V di Credit Suisse, si va da un -2,4 per cento del Pil nel 2009 a +3,5 per cento nel 2010 (quindi ripresa piena e abbondante, per un paese maturo).

Insomma, il dibattito fra i sostenitori di un’imminente ripresa bruciante o moderata è più vivo che mai. La verità è che nessuno sa bene che cosa stia succedendo, visto che tutti quelli che oggi parlano di uscita dalla crisi e di imminente ripresa, ancora venti giorni fa lanciavano segnali di forte appesanti­mento della situazione economica e di gravissimi pericoli dietro l’angolo.

Tutto ciò che sappiamo è che, a questo punto, è ragionevole attendersi un po’ di ripresa sul finire del 2009 (a seconda dei paesi, prima negli Stati Uniti, poi in Europa) e un suo successivo consolidamento nell’anno successivo. E, probabil­mente, non sarà a L, a U o a V. Sarà semplicemente un po’ faticosa e stentata, come quando si cerca di tirare fuori una macchina che è finita nel fango: un po’ corre e un po’ si ferma di nuovo. E questo perché questa crisi ha ferito seriamente il sistema finanziario internazionale (senza il quale non si hanno produzione e investimenti adeguati) e ha incrinato la fiducia di centinaia di milioni di consumatori.

Nessuno corre dopo una brutta influenza. E meno che mai dopo una polmonite. Si comincia con pochi passi prudenti, e ogni tanto ci si ferma a tirare il fiato.

http://giuseppeturani.repubblica.it

 



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