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Il mercato del Franchising in Brasile

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Il franchising in Brasile sta oggi sperimentando un vero e proprio boom



brasile franchising

di Manlio Urbano - Responsabile Comunicazione Octagona S.r.l. (www.octagona.com)

Il franchising in Brasile sta oggi sperimentando un vero e proprio boom.

Mai fino ad ora tale settore aveva raggiunto una crescita così sostenuta come quella che si sta verificando attualmente e i tassi di crescita fatti registrare nel 2011 non hanno nulla da invidiare a quelli degli altri BRIC. Il positivo trend dell’economia e l’aumento del reddito disponibile della popolazione locale, in costante incremento ormai da anni, rappresentano i principali driver che inducono i player internazionali a guardare al Brasile con una certa euforia e i motivi che spingono gli operatori del settore ad investire qui non mancano di certo. 

I dati diffusi recentemente dall’Associazione Brasiliana del Franchising (ABF) parlano chiaro e testimoniano che il settore gode di ottima salute. 

Con un fatturato che nel 2011 ha raggiunto i 35 miliardi di Euro, una crescita del 16.9%, e una quota di mercato che rappresenta circa il 2.3% del totale del PIL nazionale (cifra destinata ad aumentare in futuro), l’espansione del franchising in Brasile può definirsi addirittura superiore alle attese. Dallo studio condotto dall’ABF, che ha preso in considerazione i 2.031 brand attualmente operanti in franchising, emerge un quadro che non può che far guardare al futuro con ottimismo: nel 2011 il numero delle catene operanti in franchising è cresciuto del 9.5% (inclusi franchisee e proprietari delle catene) e il numero complessivo di punti vendita ha raggiunto la cifra di 93.098 unità, con un incremento del 7.8% rispetto all’anno precedente. È stato inoltre calcolato che nel 2012 l’incremento del turnover dovrebbe attestarsi intorno al 15%, mentre il numero di nuove reti di franchising aumenterà dell’8%, e quello dei nuovi punti vendita del 9%. Se si considera che oggi il Brasile si colloca al quarto posto al mondo per numero di brand (preceduto da Corea del Sud, Stati Uniti e Cina), e al sesto posto per numero di punti vendita (dopo Stati Uniti, Corea del Sud, Giappone, Cina e India; l’Italia figura al decimo posto con 53.313 unità), ben si può immaginare quali siano le opportunità in un mercato potenzialmente esplosivo. Ma i dati positivi non si esauriscono qui: anche le cifre relative al numero di impiegati nel settore sono più che incoraggianti: nel 2011 sono stati generati 60.500 nuovi posti di lavoro, nel 2012 ne saranno creati altri 76.000, e la somma complessiva della forza lavoro passerà da 837.000 a 913.000 persone.

Sono 5 i segmenti in cui si è verificato un più elevato incremento in termini di giro d’affari: 

nello specifico, quello dell’hospitality e del turismo è stato indubbiamente il più proficuo (+85.9%), seguito da mobili, decorazioni e regali (+35%), sport, salute, bellezza e tempo libero (+24.3%), commercio, servizi e retail (+14.9%), food (+14.5%), accessori personali e calzature (13.15%). A tal proposito, un fattore risulta particolarmente interessante: l’ingresso delle donne nel mercato del lavoro ha contribuito notevolmente alla crescita di tali segmenti, dal momento che si è prodotta una crescita nei servizi relativi a ristorazione, lavanderia e riparazioni domestiche, oltre che ai servizi di salute, bellezza e intrattenimento. Analizzando invece la composizione del fatturato in termini di quote di mercato, il segmento di commercio, servizi e retail si configura al primo posto in Brasile (con il 27.1% del totale), seguito da food (19.7%), sport, bellezza, salute e tempo libero (16.6%), abbigliamento (8%), istruzione e formazione (6.6%), accessori personali e calzature (6.2%). 

Di fronte a tali dati, appare dunque logico l’interesse suscitato dal Paese sudamericano. Il trend attuale indica oggigiorno un forte incremento dei marchi stranieri, il cui numero nei prossimi anni è destinato ad aumentare vertiginosamente: se si pensa che di tutti i brand operanti in Brasile, il 94.5% è di origine locale, mentre solo per il 5.5% si tratta di foreign concepts, ne consegue che lo spazio per penetrare il mercato non manca di sicuro. Soprattutto per il made in Italy, il cui fascino nei confronti del consumatore locale, grazie anche ad una forte vicinanza culturale, non smette mai di essere di moda.

Fonte: Beesness



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