Fashion italiano: 293.000 posti a rischio

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I dazi sono solo l’ultimo capitolo. L’UE ha ratificato Turnberry stanotte. Per il Made in Italy della moda cambia poco: la crisi era già in corso.

Stanotte, Strasburgo. Palazzo Louise-Weiss, sala 4Q1, dopo cinque ore di trilogo.

Alle 2:47 del mattino il presidente della commissione Commercio Bernd Lange chiude: “Abbiamo un accordo.”

L’UE ha ratificato Turnberry. Le maison del lusso italiano, in teoria, possono respirare.

Stessa notte, Prato. 8.000 lavoratori del distretto tessile in cassa integrazione.

A Firenze, la CNA della pelletteria chiede da febbraio un tavolo metropolitano.

In Veneto, dove nel 2019 il sistema moda contava 80.000 addetti, oggi se ne contano poco più di 19.000.

Io ho letto i comunicati di Bruxelles e i numeri dei distretti italiani nella stessa mattinata.

E ho capito una cosa che è ora di dirla chiaramente: i dazi USA sono il colpo che fa notizia.

La vera crisi del fashion italiano è cominciata molto prima.

LA CRISI CHE ERA GIÀ IN CORSO

Il quadro pre-dazi (dati Confindustria Moda, Pambianconews, IRPET):

  • Export totale tessile-abbigliamento italiano: da €91,1 miliardi (2024) a €86,7 miliardi (2025) = -4,9%. Previsione 2026: €85,4 miliardi (-1,5%).
  • 293.000 posti a rischio in tutto il sistema moda nazionale (-18% sull’occupazione del settore).
  • Distretto pelletteria Toscana: ore di cassa integrazione +254% nel 2024 vs 2023. Il solo settore pelletteria rappresenta l’82% delle ore di CIG di tutta la filiera moda.
  • Distretto Veneto: da 80.000 addetti nel 2019 a 19.000 nel 2024. Quattro lavoratori su cinque non ci sono più.
  • Crollo dei mercati asiatici: Cina -14,8%, Hong Kong -6,6%, Sud Corea -16,3%.

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E in tutto questo, gli USA erano l’unico mercato che cresceva:

  • Esportazioni fashion italiana in USA 2025: €2,9 miliardi (+0,8% in valore, ma calo del numero pezzi venduti).
  • Accessori moda in USA 2025: +5,3% nei primi 10 mesi.
  • USA pesa l’8% dell’export fashion italiano complessivo.

Il punto: gli USA non erano un mercato come gli altri. Erano l’unica gamba che teneva su un settore in contrazione globale. Adesso anche quella gamba è zoppa.

IL FASHION SI STA SPACCANDO IN DUE

Struttura: il dato del “due mondi separati”. Top di gamma che regge, fascia media che affonda, distretti in ginocchio.

Mondo 1 — Il top di gamma vola

Brunello Cucinelli: +10,7% di vendite nel primo semestre 2026 (a cambi costanti). Il “quiet luxury” funziona. I super-ricchi USA non hanno mai sentito i dazi. Il maglione di cashmere da $2.000 si vende oggi come due anni fa.

Lo stesso vale per Armani (€2,3 miliardi, indipendente, beneficiario dello stesso trend), per Loro Piana (LVMH), e in parte per Prada Group (€5,4 miliardi, rincari USA tra 12% e 22% assorbiti senza shock di vendita).

La strategia LVMH è ancora più chiara: tre stabilimenti Louis Vuitton in California e Texas, che oggi coprono il 50% dei volumi USA. Kering ha scelto l’opposto: “produrre in USA non ha senso, vendiamo cultura italiana e francese”. Due filosofie, due rischi diversi.

Mondo 2 — La fascia media si comprime

È la fascia che ha l’esposizione USA peggiore: margini più stretti, clientela più sensibile al prezzo, listini che non possono crescere del 20% senza perdere il cliente.

Confindustria Accessori Moda ha denunciato che “i dazi al 15% pesano sull’export Made in Italy” già a fine 2025 — figurarsi al 22% reale dei dazi cumulati.

Le maison medie italiane che hanno costruito la loro narrativa sull’export USA stanno facendo audit di posizionamento.

Alcune scelgono di uscire dal canale wholesale americano e concentrare le risorse sul DTC europeo.

Mondo 3 — La filiera è in ginocchio

È il pezzo che fa notizia meno. Ma è dove c’è il vero crollo.

  • Prato: 2026 si apre “senza ordini, senza segnali di ripresa”. Boom richieste di cassa integrazione.
  • Firenze pelletteria: CNA in pressing da febbraio per un tavolo metropolitano. 8.000 cassaintegrati.
  • Veneto pelletteria-moda: -76% di addetti in cinque anni.
  • E sotto: l’ultra fast-fashion (Shein, Temu) che mangia volumi a una velocità che la filiera Made in Italy non può inseguire.

La verità è cruda: le maison parigine ordinano meno alle pelletterie toscane non per i dazi USA, ma perché la domanda globale si è raffreddata e i loro magazzini sono ancora pieni.

Ma quando le maison rallentano, il distretto crolla. E il distretto è dove c’è l’occupazione.

COSA SIGNIFICA PER CHI VENDE FASHION IN ITALIA 

Per chi ha una catena retail di abbigliamento o pelletteria — non lusso, fascia media o “premium accessibile” — quattro cose cambiano subito:

1) Pressione sui margini in entrata. I produttori italiani che esportano in USA stanno comprimendo i propri margini per non perdere quota. Risultato: meno marginalità anche per il retail interno che lavora con gli stessi fornitori. Lo sto vedendo nelle trattative del Q2.

2) Stock di rientro a prezzi aggressivi. I lotti che non vanno più verso gli USA stanno rientrando in Europa, e finiscono nei canali di stock italiani a prezzi che destabilizzano il mercato. Outlet pieni, off-price aggressivi, end-of-season che parte ad aprile invece che a luglio.

3) Calendario promozionale anticipato. I saldi estivi 2026 partiranno con strategie più aggressive. Il consumatore italiano sta diventando un cacciatore cronico di promozioni — e ora avrà più stock disponibile a meno.

4) Diversificazione canale. Il fashion italiano che fino al 2024 lavorava sul wholesale internazionale sta tornando a guardare il proprio mercato interno con altri occhi. Nuove aperture monomarca nelle città medie. È il segnale che il pendolo si sta riequilibrando — dolorosamente.

Take-away

Ieri sera, mentre Bruxelles ratificava Turnberry, in Toscana e Veneto c’erano migliaia di persone che non vedono un’ora di lavoro in più da settimane.

Il fashion italiano non si salva con un accordo a Strasburgo.

Si salva — se si salva — con una scelta più scomoda: smettere di trattarlo come se fosse solo glamour e cominciare a leggerlo come quello che è.

Un’industria manifatturiera da €87 miliardi, con 293.000 lavoratori sul filo, e una filiera che è ancora un patrimonio nazionale ma è anche già fragilissima.

I dazi USA non sono la causa. Sono l’amplificatore.

Ma chi gestisce una rete retail in Italia, anche fuori dalla moda, dovrebbe ricordarsene: quando un’industria del genere rallenta, il consumo non si ferma nelle vetrine di Madison Avenue. Si ferma nei centri commerciali di provincia.

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