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September 17, 2007

L’allarme di Zegna, made in Italy a rischio

CorrierEconomia

Ancora oggi, quando parlano della completa liberalizzazione del mercato della moda avvenuta il primo gennaio del 2005 con la fine dell'accordo Multifibre, la definiscono «lo tsunami». «Il settore era pronto a maggiori importazioni, ma non a quel livello», ricorda Mario Boselli, presidente della Camera nazionale della moda. Maglioni, camicette, reggiseni, pantaloni, giacche e lenzuola in aumento del cento, del duecento, del trecento per cento. A prezzi sempre più bassi. Uno shock.

E oggi? Cosa succederà tra pochi mesi, quando cadranno definitivamente le quote che erano state reintrodotte temporaneamente per far fronte all'impennata delle importazioni cinesi? Da mesi le organizzazioni degli imprenditori premono sul governo e sull'Unione europea perché le quote vengano prorogate di un anno. Pur sapendo che era una battaglia difficilissima, sostanzialmente persa in partenza. «Chiedere una proroga era doveroso, dice Paolo Zegna (nella foto), presidente di Smi-Ati (la Confindustria del settore tessile e abbigliamento). Ciò che, però, assolutamente non accettiamo è che non ci sia neanche la volontà di continuare a fare i controlli. C'è un atteggiamento di non chiarezza che disturba molto le imprese».

Smi-Ati ed Euratex, l'organizzazione degli imprenditori europei, vogliono infatti che sia introdotto un doppio monitoraggio: non solo per le merci che entrano in Europa, ma anche per quelle che escono dalla Cina. L'esperienza di questi anni ha mostrato che i cinesi non hanno raggiunto i tetti disponibili. Ma, allo stesso tempo, è notevolmente aumentata l'importazione in Europa di merci da aree come il Bangladesh, Hong Kong, l'Indonesia, la Malaysia, la Birmania e le Filippine. Con numeri che in Italia hanno anche da capogiro, secondo una ricerca di Smi-Ati: +9.546,9% la biancheria da tavola malese, +9.392,5% i reggiseni del Bangladesh, +2.208,6% i pantaloni filippini. Maglie e pullover indonesiani (+202%, corrispondenti a un aumento di oltre 10 milioni di capi) hanno coperto 23 giorni di consumo italiano.

Secondo Michele Tronconi, presidente di Euratex è «possibile che si verifichi all'inizio del prossimo anno ciò che accadde nel 2005 perché la Cina non è ancora completamente in grado di correggere i propri problemi di sovrapproduzione. Quest'anno ha ripreso fortemente a investire nel tessile-abbigliamento: nei primi otto mesi gli investimenti sono cresciuti del 28% e questo dice che possibilità di rischio di offerta ci sia».

«Non farà bene, ma non sarà un dramma - sintetizza Mario Boselli -. Da una parte, la Cina è diventata meno competitiva e ha un mercato interno che inizia a funzionare, quindi non ha più bisogno di fare ciò che ha fatto nel 2005. Dall'altra, è cambiata l'Italia: le aziende si sono razionalizzate sul fronte dei costi e del posizionamento del prodotto».

Estratto da CorrierEconomia del 17/09/07 a cura di Pambianconews

http://www.pambianconews.com/dettaglio.aspx?NG=TNO&IdNotizia=30245&TG=1

 



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