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November 22, 2006

Le mani su Wall Street

Comprano aziende sempre più grandi, le portano in borsa e le «spremono» per guadagnarci il più possibile. Ecco perché i fondi di private equity sono finiti sotto accusa. Ora indaga il governo americano

Sono ancora quelli che nel Falò delle vanità lo scrittore Tom Wolfe definì i padroni dell''universo. Finanzieri d'assalto come Henry Kravis che con la sua Kkr nel 1988 orchestrò la più famosa scalata della storia, quella sulla Rjr Nabisco, per 31,4 miliardi di dollari.
Allora sembrò che gli eccessi della finanza fossero destinati a estinguersi con gli anni Ottanta, invece l'epoca dei grandi raid è tornata: le quattro più grandi acquisizioni di tutti i tempi sono state annunciate proprio quest'anno. E i fondi di private equity hanno nel mirino prede sempre più grosse: per la Vivendi, grande gruppo di telecomunicazioni e media, la Kkr ha offerto una cifra vicina ai 50 miliardi.

I «barbari», come cominciano a essere considerati i grandi fondi di private equity, sono di nuovo alle porte. Hanno comprato fra gli altri il gigante della sanità Hca (un'operazione da 32,7 miliardi), la Toys 'r us, la Warner music e la Burger King. E maggiori sono le operazioni, più cala la loro popolarità. Warren Buffett li considera «i voltagabbana dell'affare».
Che è sempre meglio del termine usato l'anno scorso da un ministro del governo tedesco: «Locuste». Questo non ha impedito a fondi privati di investimento e hedge fund come Texas Pacific, Thomas H. Lee, Bain, Farallon e Citadel di accumulare un potere di acquisto che secondo alcune stime raggiunge i 1.500 miliardi di dollari.

Un fiume di denaro che si muove fuori dalle regole di Wall Street e che ha attratto anche i grandi nomi della politica e del mondo imprenditoriale, che una volta avrebbero accettato di lavorare solo ai vertici di Goldman Sachs o Jp Morgan, i salotti buoni della finanza.
Ora invece Jack Welch, ex amministratore delegato della General Electric, è partner della Clayton, Dubilier & Rice, che insieme alla Carlyle e alla Merrill Lynch ha comprato lo scorso dicembre la Hertz dalla Ford: 11 mesi dopo i tre gruppi stanno per triplicare il loro investimento iniziale con un collocamento in borsa che dovrebbe raccogliere 19 miliardi circa.

Perfino il «no global» Bono, cantante degli U2, ha formato un fondo di private equity per comprare la casa editrice del mensile Forbes. Mentre Lou Gerstner, che per anni ha guidato la Ibm, capeggia il board del gruppo Carlyle, dove siede anche Arthur Levitt, ex presidente della Sec (che controlla i mercati), mentre l'ex presidente George Bush e l'ex segretario di Stato James Baker si sono dimessi dalla Carlyle per spegnere i sospetti nati da una concentrazione di poteri tanto forte.
Nei fondi di private equity lavorano anche tre ex ministri del Tesoro americano. A Paul O'Neill, ex consulente della Blackstone, si sono uniti negli ultimi giorni Larry Summers, che sarà direttore della De Shaw, e John Snow che è diventato chairman della Cerberus. Uno dei compiti più importanti che avranno gli ex politici sarà combattere le battaglie legali in arrivo.

Il ministero del Tesoro americano si è infatti messo a capo di una squadra che sta esaminando l'impatto che i fondi di private equity hanno sul mercato finanziario. E mentre la Sec ha avviato un'indagine su possibili casi di insider trading, al dipartimento della Giustizia potrebbe partire un'inchiesta su possibili violazioni delle leggi antitrust.
Le inchieste possono cambiare il destino della finanza internazionale. Sono infatti i rendimenti non proprio esaltanti delle aziende quotate a Wall Street che hanno portato i grandi investitori, compresi i fondi pensione americani, a riversare denaro nei fondi di private equity.


Non dovendo presentare risultati trimestrali i fondi possono permettersi di ristrutturare con calma le aziende prima di rivenderle o collocarle sul mercato. «Spesso le aziende vengono tenute dai fondi per anni» spiega a Panorama Josh Lerner, che si occupa di private equity alla business school di Harvard.
«A differenza di quello che accadeva negli anni Ottanta le scalate sono per lo più amichevoli, in accordo con il management dell'azienda, che non viene eliminato come succedeva un tempo». Questo non significa che non avvengano operazioni molto spregiudicate. Spesso i fondi di private equity usano compensi e dividendi per recuperare i soldi pagati nell'acquisto di un'azienda.

Neppure un anno dopo avere preso il controllo della Intelsat global services i fondi si sono ripagati con 576 milioni in dividendi e compensi vari, contro i 513 milioni pagati per l'acquisto. E questo mentre il debito dell'azienda raddoppiava, a 4,75 miliardi, e il personale veniva ridotto del 20 per cento «per ottimizzare margini e cash flow».
Altre volte i fondi si fanno pagare una consulenza dall'azienda che hanno appena acquistato: il gruppo chimico Celanese ha pagato al fondo Blackstone circa 45 milioni, più del doppio di quanto ha versato ai suoi consulenti di Goldman Sachs. In tutto ciò non c'è niente di illegale. Ma diverso potrebbe essere il discorso per i «club deal», operazioni condotte da più fondi in collaborazione, pratica sempre più comune date le dimensioni crescenti delle prede dei raid.

Il sospetto degli inquirenti americani è che i club siano in realtà cartelli creati per tenere bassi i prezzi: raramente si registrano infatti offerte concorrenti nelle grandi operazioni. Quando un consorzio di fondi guidato dalla Blackstone ha acquisito per 17,6 miliardi il gruppo di semiconduttori Freescale, per esempio, non ha incontrato opposizione dalla Kkr.
Il favore è stato ricambiato in occasione dell'acquisizione del gruppo ospedaliero Hca: sebbene avesse studiato la possibilità di comprarlo la Blackstone non ha combattuto contro la Kkr, ma ha cercato più tardi di prendersi una fetta dell'azienda.

Commenta Steven Kaplan, che insegna finanza alla University of Chicago: «Siamo entrati in un periodo di eccessi che ricorda la fine degli anni Novanta». Ma pochi sono disposti a credere che questa nuova era stia per finire, sia pure per mano dei magistrati.
Anzi, i guadagni sono tanto grandi che anche le grandi banche di Wall Street ne vogliono una fetta. Lehman Brothers e Bears Sterns hanno annunciato di avere raccolto oltre 4 miliardi per un fondo dedicato alle acquisizioni, il Credit Suisse ha raccolto 2,1 miliardi, mentre la Morgan Stanley spera di raccogliere 5 miliardi. Per tutti loro la grande corsa all'oro è appena cominciata.

Fonte: Marco De Martino, Panorama



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