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May 13, 2008

Le incognite sulla crescita italiana

Fonte: giuseppeturani.repubblica.it

La crescita italiana può essere, alla fine, più alta di quello che si ritiene oggi? In termini ancora più chiari: oggi un po’ tutti i centri internazionali (Fondo monetario in testa) attribuiscono al nostro paese una crescita 2008 che è grosso modo uguale a zero. Sarà proprio così o le cose possono andare meglio?

In particolare, ha senso puntare con una certa decisione su una crescita di almeno l’1 per cento?

Probabilmente sì. Ho visto che sono in aumento i ricercatori che ritengono non impossibile un simile risultato. E si  possono elencare anche i motivi che rendono l’obiettivo dell’1 per cento non fuori dalla nostra portata. Essi sono tre:

1- L’industria italiana non è più quella di cinque o sei anni fa. Si è riorganizzata, è diventata più competitiva e si sta battendo bene sui mercati stranieri. E’ da quella parte che verranno le sorprese più interessanti. Qualcosa abbiamo già visto in questi lunghi mesi di dollaro molto alto: mesi nei quali la nostra media industria non ha affatto alzato bandiera bianca, ma ha continuato a lavorare a ritmo molto intenso, esportando soprattutto verso l’Asia e i paesi dell’Est Europa.

2- Il nuovo governo è entrato in carica e, dopo tutte le promesse fatte in campagna elettorale, alla fine dovrà fare qualcosa per le pensioni e i redditi più bassi. Non è facile perché i soldi sono sempre pochi e la coperta è sempre troppo corta. Ma da parte del governo qualche aiuto alla congiuntura arriverà (va bene anche l’abolizione dell’Ici). Non si tratterà di interventi risolutivi, ma quando si è vicini alla crescita zero, tutto può servire.

3- La carta più grossa, comunque, è forse un’altra. Nei circuiti finanziari internazionali si comincia a dire che il dollaro basso dovrebbe avere i giorni contati. Per diverse ragioni. La prima delle quali è che sta creando un po’ troppi fastidi a tutti (e sta complicando i rapporti dell’America con il resto del mondo, Europa in testa). La seconda ragione è che la banca centrale americana ha finito di tagliare il costo del denaro (e quindi il rendimento) del dollaro mentre la banca centrale europea potrebbe cominciare a fare qualche taglio di prova in autunno. Questo dovrebbe portare il rapporto dollaro/euro verso quota 1,40 piuttosto che 1,50-1,60 come è stato negli ultimi tempi. E’ evidente che, se dovesse accadere una cosa del genere, per le nostre imprese verrebbe a crearsi un rilevante vantaggio. Si tornerebbe a esportare bene anche nell’area del dollaro.

L’insieme dei tre elementi appena elencati dovrebbe consentire all’Italia di raggiungere la crescita di almeno l’1 per cento, sfuggendo alla maledizione della crescita zero.

Tutto bene, allora? No.

Per la verità nei cieli dell’economia internazionale ci sono ancora molte nubi. E un paio di esse sono anche molto grandi e molto scure.

La prima si chiama inflazione. L’aumento dei prezzi non accenna a fermarsi e questo potrebbe capovolgere lo scenario. Le maggiori banche centrali, cioè, potrebbero lasciare al suo destino la sorte della congiuntura e concentrarsi invece sulla lotta all’inflazione, considerandola primaria (cosa che l’Euro­pa fa già, ma l’America no). In questo caso il costo del denaro potrebbe tornare a salire e la congiuntura internazionale potrebbe conoscere qualche altro periodo molto  pesante e molto in frenata.

La seconda ragione per cui le cose potrebbero non andare come si vorrebbe (e cioè bene) dipende, ancora, dalla crisi del credito con la quale siamo alle prese da quasi un anno. Si è soliti sentire (anche da parte di autorità importanti) che ormai il peggio è passato e che tutto è andato a posto. Insomma, il mondo può respirare e riprendere la sua vita di sempre.

I mercati finanziari hanno creduto per un po’ a questa storia, ma adesso cominciano a dubitare. Sospettano, e con ragione, che non tutto sia proprio a posto. Se le grandi banche sono venute allo scoperto, e hanno pagato, adesso è il turno delle compagnie di assicurazioni. Poi toccherà agli hedge funds e infine chissà a chi altro. I mercati finanziari sono una rete molto lunga e molto estesa. E quindi è possibile che le con­seguenze della crisi del credito vadano avanti ancora per molto tempo. C’è da sperare nel contrario, ma essere prudenti non fa male. Si dice, a questo proposito, che in difficoltà (per ora controllate) ci sarebbe anche qualche  media istituzione finanziaria italiana.

In sostanza il quadro che oggi si presenta ai nostri occhi è il seguente. Puntare su una crescita dell’1 per cento nel 2008 (a fronte di un’Europa che andrà sopra l’1,5 per cento) non è insensato e non è fuori dalla nostra portata. Soprattutto se il governo darà una mano concreta, con qualche aiuto capace di mettere un po’ di soldi in tasca ai consumatori.

Solo che non tutto dipende da noi e dalla nostra volontà. Da una parte l’inflazione e dall’altra qualche “coda” della crisi subprime possono determinare una situazione di credito scarso. Ma questo obbligherebbe l’economia (non solo italiana) a girare a velocità ridotta per mancanza di carburante. E allora il nostro 1 per cento diventerebbe irraggiungibile, lontanissimo.

 

http://giuseppeturani.repubblica.it/

 



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