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July 24, 2007

Intervista: italiani a Shanghai

da CorriereAsia

SHANGHAI
Gabriele Battaglia: Come sei arrivata a Shanghai?

Silvia Sartori: Ci sono arrivata per la prima volta come parte di un master in Studi Asiatici conseguito in Svezia. Tornata in Europa, ho concluso in fretta gli studi, con non troppo entusiasmo ho cominciato a lavorare in Italia per una grande azienda, coltivando sempre il progetto di "rientrare" in Cina al più presto, non però in veste di studente ma piuttosto di addetto ai lavori. Ad un certo punto, ho deciso di mollare definitivamente il lavoro in Italia, mi sono buttata en plein alla ricerca di un''opportunità che mi riportasse in Cina e cosi dopo un mese sono riatterrata a Pechino, con uno stage, remunerato, presso una piccola ditta tedesca. Ho poi usato quell'esperienza come trampolino di lancio per cercare un impiego a tempo pieno e in pianta stabile e da questa ricerca è poi conseguita l'assunzione attuale.

G.B.: Quali sono le aziende europee e italiane con cui vieni in contatto?

S.S.: Attualmente a Shanghai non ci sono molte realtà manifatturiere. I terreni cominciano a costare, di conseguenza aumentano anche i prezzi di costruzione e gestione degli impianti. Le fabbriche si concentrano quindi nel Guandong e nelle Zone di Sviluppo Speciale. Qui ci sono soprattutto studi di consulenza, commercialisti, servizi vari.
Quanto alle aziende italiane, nello specifico, direi sono nella maggior parte dei casi PMI.


G.B.: Quali sono i servizi più richiesti dalle aziende europee in Cina?

S.S.: La Camera Europea è innanzi tutto un'istituzione di lobby politica sorta nel 2000 per monitorare il processo di rientro cinese in seno all'WTO e la progressiva ottemperanza da parte cinese degli obblighi assunti al tavolo dei negoziati. Ora che si è conclusa la fase di transizione cinese, la Camera continua a farsi portavoce delle istanze del business europeo presente in Cina. Di fatto costituisce un ponte che collega, da un lato, le raccomandazioni e le riserve degli operatori europei attivi in Cina e, dall'altro, le autorità cinesi, col fine di sensibilizzare queste ultime sulle questioni economico-legislative che stanno a cuore degli europei e con la disponibilità a fornire assistenza e cooperazione nell'attuale processo di sviluppo del mercato cinese.
In questa prospettiva, le aziende si rivolgono alla Camera per fare presenti le difficoltà che riscontrano nell'esercizio quotidiano delle loro attività in Cina e per costituire gruppi di lobby, mediati dalla Camera, sufficientemente autorevoli e strutturati da poter suscitare un'adeguata attenzione da parte delle rispettive autorità cinesi.

G.B.: Quindi le relazioni con le istituzioni cinesi si svolgono sia sul piano
commerciale, sia su quello politico. Come vi muovete?

S.S.: I due piani in realtà costituiscono una dimensione unica. La Camera dispone di un dipartimento di relazioni col governo, sviluppatosi nel corso degli anni per arrivare ad abbracciare un'articolazione sempre piu estesa di autorità cinesi, in corrispondenza all'espansione dell'economia europea in Cina e della crescita della Camera Europea.
A questo proposito, voglio ricordare che per i cinesi l'etichetta conta quanto la sostanza. Non è pensabile costruire relazioni commerciali stabili in breve tempo, questo deve essere capito anche dai nostri rappresentanti politici.

G.B.: Infatti, spesso si dice che l'imprenditoria italiana in Cina sia virtuosa ma che
Non abbia alle spalle un "sistema" che la promuove. Tu che idea ti sei
fatta?

S.S.: Questo luogo comune dell'imprenditoria "buona" ma orfana di un sistema è un po' da sfatare.
E' vero, la politica italiana è arrivata con molto ritardo in Cina e tutt'ora non si capisce bene come si stia muovendo. Ciò nonostante, anche le imprese molto spesso chiedono "protezioni" senza fare investimenti in ricerca e sviluppo. A volte, qui arrivano aziende italiane che non hanno fatto neanche uno studio di fattibilità serio.
Molti pensano ancora che la Cina sia il luogo dove delocalizzare per ridurre i costi o fare posizionamento in vista di guadagni futuri. Ma questa fase è finita.
Il costo del lavoro comincia a crescere anche qui, tant'è che le stesse imprese cinesi cominciano a delocalizzare, per esempio in Vietnam. Inoltre il tentativo di posizionarsi funziona ormai solo con i beni di lusso, che adesso non producono ancora profitti ma che in prospettiva avranno un ricchissimo mercato. Per gli altri prodotti è già tardi, altri Paesi sono arrivati prima di noi.
Il risultato di questa impreparazione è che, una volta qui, molti imprenditori si trasformano in sfruttatori del lavoro -- non solo cinese, ma anche italiano -- alla stregua di quei nuovi capitani d'impresa locali che poi magari criticano. Infatti, anche a un giovane italiano, molto spesso conviene lavorare per imprese straniere, qui in Cina.
Certo, come al solito c'è l'italianissima arte di arrangiarsi, per cui c'è gente che è qui da venti, trent'anni e che, tra alti e bassi, ha finalmente capito come fare business in questo Paese.
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G.B.: Puoi fare qualche esempio di questa mancanza di strategia?

S.S.: Prendiamo la tutela del "made in Italy". L'approccio è spesso molto provinciale: ci si aspetta che lo Stato offra delle tutele, ma alcuni non si preoccupano neppure di registrare marchi e brevetti qui, in Cina. Cosa che, ovviamente, ha anche dei costi
Poi, ovviamente, ci sono le carenze di carattere politico e burocratico.
Gli studenti cinesi sono un patrimonio. Quasi tutti vogliono andare a studiare o a lavorare in America. Io spesso faccio loro presente che esiste anche l'Europa e loro cosa rispondono? Che ci andrebbero, ma non riescono a ottenere i permessi. Ebbene, l'Italia, nello specifico, crea ancora più ostacoli della media degli altri Paesi europei.


G.B.: Ribaltiamo la prospettiva: dalla tua posizione privilegiata, sapresti indicare quali sono le posizioni aperte per chi intenda tentare l'avventura lavorativa in
Cina?

S.S.: È difficile dare una risposta che non sia generica o vaga perchè molto dipende dai profili, dalle competenze e dalle aspettative di quanti facciano qualche pensiero su un possibile approdo in Cina. È vero, infatti, che la Cina si sta aprendo e con questo offre un ventaglio ampissimo di opportunità, ma questo non significa che faccia al caso di tutti e che accetti qualsiasi profilo. Molto poi dipende dall'angolo di Cina in cui si atterra, poichè le richieste del mercato variano a seconda della zona geografica cinese.
Quanto vedo a Shanghai, ad esempio, è un crescente margine di opportunità per laureati in legge o aspiranti commercialisti. In altri termini, è abbastanza semplicistico e approssimativo vedere la Cina come un territorio di esplorazione solo per imprenditori o sinologi. C'è un bisogno crescente, "out there", di professionisti in discipline specifiche che sono quelle che poi rendono possibile l'operatività quotidiana delle attività commerciali in senso stretto.

Gabriele Battaglia

http://www.corriereasia.com/

 



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