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Social Business: un nuovo modo di lavorare?

di Cristiano Cameroni su Beesness Gennaio-Marzo





Scegliete un’azienda a caso, prendete il marketing manager e chiedetegli a bruciapelo su quale canale pensa di concentrare gli sforzi delle strategie di comunicazione da qui a cinque anni. Nove su dieci, vi parlerà di social network. Facebook, Twitter, LinkedIn... Nove su dieci, non avrà un’idea precisa sul da far si. Ma volete sapere il meglio? Nove su dieci, avrà perfettamente  ragione. 

Dalle chiacchiere alla cultura
A questo punto potreste obiettare che la previsione è fin troppo facile e che l’articolo è banale. Di questi tempi non si fa che parlare dei social network, del loro ruolo anche politico (la campagna di Obama, la Primavera Araba). Insomma, ci hanno fatto anche un film milionario…Perfetto… avete ragione anche voi. Quelle elencate finora non sono però che le premesse dello scenario. Dati di partenza che servono a ben poco se non si mette in campo un processo fondamentale: l’organizzazione. Solo organizzando le informazioni è possibile trasformare il rumore di fondo del mondo social (che, sia detto per inciso, è piuttosto elevato) nella più grande opportunità di business dei prossimi anni. Insomma, occorre fare “cultura sociale”: e qui casca a pennello una bella riflessione che viene da molto lontano, e precisamente dalla Germania di fine Settecento. Goethe (sì, quel Goethe) scriveva che “(…) comunicare l’un l’altro, scambiarsi informazioni è natura; tenere conto delle informazioni che ci vengono date è cultura”. 

L’intelligenza reale del mondo artificiale
Su questo spartiacque fra natura e cultura, incoscienza e consapevolezza, si giocano le sorti magnifiche e progressive dell’economia del mondo digitale. Che ha di fronte a sé non una, ma moltissime possibilità. “Il settore dei social network”, ha dichiarato in proposito il professore della Sapienza Stefano Epifani nel corso di Social Media Marketing 3.0, un evento svoltosi a Roma il 14 dicembre scorso, “offre una pluralità di approcci che permettono di modellare le strategie aziendali con grande precisione. Pensiamo alla differenza che intercorre fra strumenti come Facebook, Twitter o Google+… Alla base di ciascuno di essi ci sono scelte profondamente diverse sia dal punto di vista operativo che di relazione con il mercato. La divergenza è però in questo caso una ricchezza nelle mani degli operatori del marketing, che possono scegliere in modo più mirato i social media tools più efficace per le campagne a sostegno del proprio business”. 

I big entrano in campo
Che la questione sia da considerare seriamente è provato dal fatto che i maggiori produttori di software aziendale, IBM in testa, si stiano impegnando nello sviluppo di nuove suite per l’analisi e la gestione in tempo reale dei dati social. E stiano facendo a gara per diffondere il nuovo “modello culturale” del fare business. “Un Social Business”, dichiarano per esempio alla IBM, “non è semplicemente un’azienda che mantiene una pagina su Facebook e un account Twitter. Un Social Business è un’impresa che abbraccia e coltiva sistematicamente, a tutti i livelli della struttura aziendale, la filosofia della collaborazione e il senso di appartenenza ad una comunità”. Al di là del sound vagamente hippie di queste affermazioni, il concetto di fondo si può riassumere nel teorema secondo il quale l’era del B2B e del B2C (Business to Business e Business to Consumer) sia terminata, e che al suo posto stia sorgendo l’era del P2P –da non intendersi naturalmente come peer to peer, ma come people to people. 

La gente al centro dell’attenzione
Persone in continuo collegamento con altre persone: questo è quello che il Social Business, nella sua incarnazione più alta, promette di ottenere. In un tipico scenario aziendale, questo significa ad esempio che le barriere fra i dipartimenti e i diaframmi che separano i clienti dai dipendenti sono destinati a cadere. D’altra parte, sono già molte le imprese d’Oltreoceano che stanno pensando, ad esempio, di abbandonare l’e-mail tradizionale come strumento di comunicazione aziendale. Il motivo? È troppo limitata: nel suo procedere “da punto a punto” elimina già nelle premesse la sfavillante ricchezza di stimoli delle comunicazioni social (detto fra parentesi, è significativo che questo avvenga mentre dalle nostre parti i governi si affannano per imporre l’uso della posta elettronica certificata).

 

Alcuni scenari
L’esempio della posta elettronica è illuminante, ma limitato. La filosofia “sociale” si può infatti applicare con grande successo agli ambienti produttivi. Prendiamo ad esempio un team di architetti, o di ingegneri, al lavoro su un progetto comune. Il flusso di lavoro tradizionale prevede che ciascuno elabori il proprio contributo indipendentemente, per poi sottoporlo all’attenzione della squadra. Le modifiche vengono riportate dopo la revisione, e via di questo passo fino alla verifica successiva, lungo un percorso continuamente interrotto da revisioni e ripensamenti. In uno scenario social, la collaborazione avviene all’interno dell’ambiente di lavoro, magari già entro le finestre del software di progettazione. Le riunioni di verifica sono molte meno, e il prodotto finale incorpora la lunga serie di interazioni e di stimoli incrociati che derivano dalla forte componente “sociale”. 

…e i consumatori?
Dulcis in fundo, l’apertura al mondo social permette di intercettare in tempo reale gusti e tendenze dei consumatori. Regolarsi di conseguenza, adattando la lunga catena che unisce le linee di produzione e l’attività di marketing, è il passo più ovvio. Ma di questo parleremo più diffusamente in un’altra occasione. Per non rimanere, appunto… un passo indietro.

Fonte: Beesness (www.beesness.it)

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