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Esportare il Made in Italy in Cina

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Cina: da “Fabbrica del Mondo” a “Mercato del Mondo”

di Nancy Di Giovambattista

Un Paese la cui economia viene associata ancora ad un modello produttivo Fordista, dove lavoratori caratterizzati da un basso costo della manodopera costituiscono la catena di montaggio che permette di produrre beni da esportare nel resto del mondo. La Cina, meglio nota come “Fabbrica del Mondo” sta attraversando una fase economica che influenzerà l’economia di tutte le Nazioni da essa dipendenti. 

Nel 2010 il Paese del Dragone ha raggiunto il Giappone in termini di Prodotto Interno Lordo. Dietro soltanto agli U.S.A, la Cina rappresenta la Seconda Potenza Mondiale. Una diversa combinazione di consumi (FCE), investimenti lordi (GCF) ed esportazioni nette ha contribuito negli anni alla formazione e all’aumento del PIL di questo Paese. Una ricerca di Morgan Stanley sottolinea tre diversi trend:

  1. Una diminuzione delle esportazioni nette: tale andamento può essere associato ad un aumento maggiore delle importazioni sulle esportazioni a causa della crisi finanziaria che ha ridotto le esportazioni di beni cinesi. Il presidente Hu Jintao, con l’elaborazione XII Piano Quinquennale ha dichiarato di voler seguire politiche che tendano a limitare la dipendenza del Paese del Dragone dal resto del Mondo. Non si vuole perseguire più la crescita industriale e l’accumulo di risparmi, ma il rientro dei capitali nel Paese. La nuova Cina punta ad un aumento dei consumi interni, e di conseguenza anche delle importazioni, uniti ad una diminuzione delle esportazioni risultate inaffidabili dopo la crisi finanziaria. 
  2. Un aumento degli investimenti lordi sino al 2012 con un cambio di tendenza previsto nel 2013, anno in cui si stima una piccola flessione al ribasso. 
  3. Una diminuzione dei consumi sino al 2010 con un cambio di trend nel 2011. 

Secondo il modello di Rostow e la Teoria di Kuznets successivamente ad un trend contrapposto dei consumi (in diminuzione) e degli investimenti (in crescita) che ha caratterizzato l’economia cinese dell’ultimo decennio, dal 2011 al 2013 queste due grandezze contribuiranno allo stesso livello alla formazione del PIL per poi proseguire per un andamento opposto a quello dell’ultimo decennio: i consumi aumenteranno e gli investimenti lordi diminuiranno. La fase di inversione del trend è denominata “fase di decollo”. In questa fase la disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza e gli investimenti incominciano a diminuire e il reddito pro-capite aumenta notevolmente portando ad un incremento dei consumi finali: se la Cina seguirà un trend simile a quello attraversato dal Giappone e dalla Corea, rispettivamente 40 e 20 anni fa, si prevede insieme ad una crescita dei consumi, anche una diminuzione del tasso di crescita del PIL ed un aumento dell’inflazione. 

È il momento giusto per vendere i prodotti “Made in Italy” ai cinesi. 

Robert Fogel, Premio Nobel per l’Economia, prevede che nel 2040 il PIL pro capite cinese raggiungerà USD $ 85.000. La Cina sarà un Paese di super ricchi. Già ora nelle principali città cinesi sono presenti i maggiori brand di lusso. Nelle principali strade di Shanghai, Chen gdu e Beijing, è possibile notare i negozi di Gucci, Louis Vuitton, Giorgio Armani, Dolce e Gabbana; Chanel; Dior; Calvin Klein, ecc. Se oggi la disuguaglianza nella distribuzione del reddito si sente molto e sono in “pochi” i ricchi che possono permettersi di comprare tali beni di lusso (proporzionalmente al numero elevato della popolazione); tra pochi decenni la richiesta di tali beni sarà elevatissima. 

Secondo la Luxury World Association la Cina è già il secondo mercato al Mondo nel consumo dei beni di lusso. In Cina sono già presenti 100 marchi italiani con più di 600 negozi. 

Il consumo dei grandi vini in Cina è un fenomeno ancor più recente, se confrontato con la moda. Il Vino italiano è però ancora poco conosciuto in questo Paese. Secondo dati rilevati da uno studio condotto da MPS e ISMEA l’Italia detiene soltanto una quota di mercato del 6% nel sesto Paese consumatore mondiale di Vino, contro il 46% della quota francese. Per aumentare la presenza dei vini italiani nei ristoranti, supermercati e nelle case cinesi bisogna concentrare gli sforzi nel marketing. È importante raccontare la storia dei nostri vini e insegnare alla popolazione come riconoscere un vino di qualità. I cinesi incominciano ora a conoscere il vino, bisogna riuscire a far si che apprezzino le qualità dei nostri prodotti di nicchia. Uno dei modi per penetrare il mercato cinese "raccontando il prodotto e le sue caratteristiche” è rappresentato dalla possibilità di partecipare alle numerose fiere del vino organizzate nel Paese del Dragone. Una tra le più importanti è la International Beverage Exposition and Competiion (IBEC) che quest’anno si terrà a Shenzhen a fine agosto. Investire in questo settore può portare a grandi risultati, soprattutto se non si concentrano gli sforzi soltanto nelle città di prima fascia come Shanghai o Beijing, ma si cerca di penetrare anche nelle città di seconda e terza fascia, realtà caratterizzate da un basso livello di concorrenza e da un modesto numero di abitanti. 

Secondo uno studio condotto da McKinsey Global Institute nel 2025 ben 221 città cinesi (città di seconda fascia) avranno più di un milione di abitanti. In Europa soltanto 35 città sono caratterizzate da una popolazione così elevata. 

La “Fabbrica del Mondo” diverrà “il Mercato del Mondo”. Non si venderanno più i prodotti “Made in China” in Italia, ma si venderanno i prodotti “Made in Italy” in Cina. Le aziende italiane sono pronte a sfruttare questa opportunità?

Nancy Di Giovambattista
Rappresentante Italiana
IBEC 2012
Nancy Di Giovambattista
can be reached at:
nancy.digiovambattista@gmail.com

Fonte: Beesness



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